Ogni anno organizzazioni ambientaliste come Greenpeace e il WWF spendono circa 25 milioni di dollari in campagne per la protezione e la salvaguardia delle balene ma il problema, ben lontano dall’essere risolto, aumenta e la commercializzazione continua. Il numero di cetacei catturati e venduti sul mercato alimentare, infatti, è quasi raddoppiato rispetto ai primi anni '90 e molte popolazioni di mammiferi marini sono ormai a rischio estinzione.

Ora, dalle pagine dell’ultimo numero della rivista Nature arriva l’audace proposta lanciata da Christopher Costello, Steve Gaines e Leah Gerber, un economista e due scienziati marini che propongono una nuova strategia di salvaguardia basata sull’assegnazione di un prezzo ad ogni esemplare di balena. L’idea affonda le sue radici nei mercati che sono nati per trattare le sostanze inquinanti come l’anidride solforosa, un sistema che ha ridotto l’emissione di sostanze abbassandone i prezzi di gestione da parte del governo degli Stati Uniti.

Se venisse attuato il sistema proposto dagli autori dell’articolo, il numero delle balene cacciate dipenderebbe da chi detiene le quote. Nel caso in cui i balenieri acquistassero tutte le quote disponibili, la caccia arriverebbe fino alla soglia della sostenibilità ma se invece tutte le azioni venissero acquistate dalle associazioni ambientaliste, i mammiferi marini sarebbero salvi e i cacciatori verrebbero compensati economicamente.

Certo stabilire il «prezzo» di una balena è difficile, secondo gli scienziati la cifra potrebbe partire da un minimo di 13.000 dollari e arrivare fino a 85.000, cifre alla portata dei gruppi ambientalisti che da sempre lottano per salvare i mammiferi marini.

Visto il serio rischio di estinzione che corrono oggi questi giganti dei mari, forse varrebbe la pena di provare ad applicare anche questo metodo, per quanto bizzarro possa sembrare, anche se di fronte alle richieste del mercato sarebbe forse difficile convincere i balenieri a rinunciare alla loro lucrosa attività.