Da una ricerca appena pubblicata sull’American Journal of Physiology sembra che anche il fegato,  come i polmoni, rischi di diventare un bersaglio per l’embolia gassosa.

La notizia giunge da una sperimentazione appena conclusa dal Centro Extreme, il team pisano di cui fanno parte i ricercatori dell'Istituto di fisiologia clinica (Ifc-Cnr) e dell'Istituto di scienze e tecnologia dell'informazione (Isti-Cnr) del Consiglio nazionale delle ricerche, dell'Università di Pisa e della Scuola superiore Sant'Anna.

Oggetto del programma che il centro di ricerche ha svolto all’Asinara in Sardegna è stata la conferma della formazione di emboli nel fegato, già dimostrata da uno studio sui ratti.

I ricercatori sono giunti alla conferma dell’ipotesi dopo aver esaminato i risultati degli esperimenti condotti durante le immersioni effettuate da alcuni volontari durante lo stage annuale del Master universitario in Medicina subacquea e iperbarica della Scuola Sant'Anna e del Cnr.

«Dopo queste prove sperimentali, che hanno dimostrato la possibilità di individuare attraverso un'ecografia l'accumulo di gas nel fegato – ha osservato l'ingegner Remo Bedini dell'Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr – sarà ora importante accertare esistenza, frequenza, tempi di comparsa e durata dell'embolia del fegato nell'uomo, in particolare in quanti praticano l'attività di diving abituale con autorespiratore, per tempi lunghi e a profondità pari o superiori a 30 metri. Grazie alla collaborazione con l'Azienda ospedaliera universitaria di Sassari – aggiunge Bedini – è stata avviata un'indagine specifica per valutare l'eventuale danno epatico con appropriati esami, mediante campionature effettuate sul campo».